Facebook e la società

Questo articolo è apparto in originale con il titolo “Facebook, qualcosa è andato storto” a cura di Riccardo Luna sul Corriere del 18.03.2025.
Ne riportiamo qui una copia a scopo di conservazione.

 

Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

(prima parte – link originale)

di Riccardo Luna

La rete e il web dovevano servire ad «abbattere muri e costruire ponti», Rita Levi Montalcini definiva Internet la più grande invenzione del ‘900. Ma oggi si è trasformato nel più insidioso strumento per picconare le democrazie. Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Cos’è andato storto?
Come è successo che «la prima arma di costruzione di massa», la rete di computer che doveva servire ad «abbattere muri e costruire ponti» fra le persone, si è trasformata nel più insidioso strumento per picconare le democrazie? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?
Ecco la prima puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Da martedì 18 sarà online la seconda puntata .

Qualche giorno fa sulla bacheca digitale interna di Google è apparso un messaggio che fotografa benissimo lo sconcerto che tanti avvertono. É apparso dopo che nel giro di qualche giorno Google ha ribattezzato, sulle sue mappe, «Golfo d’America» il Golfo del Messico, come ordinato dal presidente degli Stati Uniti; e cancellato i programmi di inclusione delle minoranze, come auspicato dal presidente degli Stati Uniti; e infine rimosso lo storico divieto – che si era autoimposto – di utilizzare l’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo ad una collaborazione con il Pentagono, il dipartimento della Difesa. Tutto nel giro di una settimana. Una svolta apparentemente netta per l’azienda che anni fa si era presentata al mondo con il motto «don’t be evil», non fare il cattivo. Il motto ufficiale è cambiato da un po’ ma l’accelerazione dei giorni scorsi faceva impressione lo stesso. Al chè uno dei 180 mila dipendenti dell’azienda di Mountain View è andato sulla bacheca interna – Memegen, un generatore di meme aziendali -, ha postato l’immagine di un soldato nazista e ha chiesto: «Siamo diventati noi i cattivi?».

La risposta però è un’altra domanda: quando è successo? E perchè non ce ne siamo accorti prima?

Oggi è troppo facile prendersela con il web e con i social, ma un tempo non era così. Era tutto un coro che inneggiava alle «magnifiche sorti e progressive» del digitale. Ancora all’inizio del 2009, intervistata per i suoi 100 anni, la scienziata Rita Levi Montalcini scolpiva una epigrafe: «La più grande invenzione del ‘900? E me lo chiede? Internet». Ecco, per lei non c’era neanche bisogno di chiederlo: la più grande invenzione del secolo passato non erano la penicillina o i vaccini; non erano gli aerei o il cinema. Era Internet, ovviamente.

Questo era lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Se quella che abbiamo vissuto per un paio di decenni è stata davvero una allucinazione collettiva o se invece ad un certo punto chi dava le carte ha truccato il mazzo, proveremo a scoprirlo; ma intanto va riconosciuto che ci siamo cascati tutti o quasi. Persino papa Francesco. É accaduto il 23 gennaio 2014, in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, quando definì Internet – addirittura – «un dono di Dio». L’espressione non era nuova e non era del pontefice, ma del cinese Liu XiaoBo che nel 2010, mentre era in carcere, aveva vinto il premio Nobel per la Pace. Liu XiaoBo era un importante intellettuale che aveva insegnato in diverse università occidentali: tornato in Cina nel 1989 per sostenere la rivolta di piazza Tienanmen, aveva fatto avanti e indietro in carcere diverse volte, fino al 2009, quando ci entrerà per uscire solo prima di morire di cancro, nel 2017. Nel suo ultimo testo da uomo libero il professore aveva definito Internet «un dono di Dio per la Cina», e si capisce perché: perché doveva sembrargli l’unico strumento per superare la censura e comunicare liberamente (non aveva intuito che invece, al riparo della Grande Muraglia cibernetica, il regime stava costruendo un sistema di sorveglianza di massa come non si era mai visto prima).

Quell’espressione, «dono di Dio», che inizialmente era appunto circoscritta alla situazione cinese, grazie al documento del papa divenne universale. Un dono di dio, per tutti. Per tutti forse, ma non per sempre. Qualche giorno fa, sempre nella Giornata delle comunicazioni sociali, stavolta il pontefice ha invertito la rotta. Ha detto che i sistemi digitali «profilandoci secondo le logiche del mercato modificano la nostra percezione della realtà». E ancora, a proposito delle interazioni sui social: «Sembra allora che individuare un nemico contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. E quando l’altro diventa nemico, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza». Tutti i conflitti «trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti». Un dono di Dio? Non più.

Eppure non doveva andare così. Internet e il web non erano nati con questo scopo. E per moltissimo tempo sono sembrati il più formidabile strumento di progresso dell’umanità dai tempi dell’invenzione della carta stampata o dell’elettricità. Gli esempi sono moltissimi, ma uno fu addirittura in mondovisione, davanti a novecento milioni di persone. Nel 2012, alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Londra, fra la regina d’Inghilterra e James Bond a un certo punto, in mezzo allo stadio, era apparso un signore di mezza età dinoccolato, appena impacciato, che sul suo personal computer aveva scritto «world wide web». E poi aveva aggiunto: «And this is for everyone», è per ciascuno di voi. Era Tim Berners Lee, il fisico che nel 1989, a 34 anni, mentre stava al Cern di Ginevra come stagista, nel tempo libero aveva scritto i protocolli del web e li aveva letteralmente donati al mondo perché il mondo fosse migliore. Non so se Internet è stato davvero un dono di Dio, ma il web è stato sicuramente un dono di Tim Berners Lee. Un clamoroso atto di generosità.

Alcuni sottolineano che in realtà la realizzazione di una rete di computer tramite la quale le persone potessero dialogare all’inizio aveva avuto lo scopo di dotare gli Stati Uniti di uno strumento per resistere in caso di attacco nucleare sovietico. L’idea era disporre di una rete che continuasse a funzionare anche se un nodo veniva distrutto. Ma se questa era l’origine dei fondi del progetto di ricerca governativo da cui prese il nome la prima rete che poi diventerà Internet (Arpanet, ovvero Advanced Research Project Agency Network); non era certamente militare lo spirito che animava i pionieri che fecero l’impresa «andando a letto tardi», come titola il più dettagliato libro sulla storia di Internet (Where the Wizards Stay Up Late). In loro c’era piuttosto la visione utopica di Xanadu, ovvero la creazione di un grande archivio digitale del sapere del mondo di cui si era iniziato a favoleggiare all’inizio degli anni ‘60. Sembrava utopia pura, ma poi l’hanno fatto davvero.

Come è noto il primo storico collegamento avvenne, sulla costa Ovest degli Stati Unuti, alle 10 e 30 di sera del 29 ottobre 1969. Il messaggio per errore fu semplicemente «Lo», al posto di «Login», perchè il viaggio del primo «pacchetto di dati» dall’università della California a Los Angeles (Ucla) al Centro di Ricerca di Stanford (Sri), cinquecento chilometri appena, si interruppe. Ma a ripensarci oggi era profetico: «Lo», in inglese si usa nell’espressione «Lo and Behold», ovvero «guarda e trattieni il fiato» (sottotesto: che sta per cambiare tutto). A capo del team c’era un ingegnere elettrico, che ai tempi aveva 35 anni, Leonard Kleinrock. Mezzo secolo più tardi, quando gli utenti di Internet nel mondo avevano superato il muro dei quattro miliardi e gli effetti collaterali, non tutti benefici, della rivoluzione digitale iniziavano ad essere evidenti, un giornalista del New York Times lo andò a trovare per festeggiare l’anniversario e invece di un trionfatore pronto a condividere gli aneddoti migliori, trovò un anziano signore afflitto dai sensi di in colpa. Disse: «Eravamo soltanto un gruppo di ingegneri che doveva risolvere un problema, non pensavamo mai che un giorno questa cosa sarebbe stata guidata dal profitto, e infatti non brevettammo nulla». Neanche loro, come Tim Berners Lee. E poi ha ammesso sconsolato:«Il lato oscuro di Internet noi non lo abbiamo visto arrivare, non faceva parte della nostra mentalità».

Il «lato oscuro di Internet» rimanda alla celebre risposta che nel 2010 il guru del mitico Medialab del Mit di Boston Nicholas Negroponte diede ad un giornalista: «Il lato oscuro di internet? É non averlo». Un’altra epigrafe. Altro che diritto alla disconnessione, altro che appelli a tenere gli schermi lontani dai bambini, altro che fake news. Quelli erano gli anni in cui l’obiettivo principale di tutti i governi era portare la banda larga ovunque e Internet da molti veniva considerato addirittura un diritto costituzionale. Quell’anno un giurista raffinato come Stefano Rodotà, grande conoscitore della Rete, avanzò la proposta di modificare l’articolo 21 della Costituzione aggiungendo un comma, questo: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale». (La proposta non venne mai approvata, ma quell’articolo aprirà il «Bill of Rights» che una commissione della Camera dei deputati varò qualche anno dopo, e se ne tornò a parlare nel 2019 quando il premier Giuseppe Conte disse che esisteva «un diritto a Internet gratis» e il vice premier Di Maio si lanciò in una strampalata proposta «per garantire a tutti 30 minuti gratuiti al giorno». Chiusa parentesi).

Chiariamo: la sbornia tecno ottimista non fu un problema italiano ma generalizzato. Persino le Nazioni Unite nel 2012 avevano approvato una risoluzione in questo senso. E poi c’erano gli Stati Uniti a guidare questa rivoluzione, filosofica prima ancora che tecnologica: nel 2008 Barack Obama era diventato il primo presidente a usare sistematicamente la rete e i social per fare la campagna elettorale dando a quegli strumenti un’aura di santità. «Sono stato il primo presidente digitale, si può tranquillamente argomentare che non sarei stato eletto senza i social network», ha ricordato Obama un paio di anni fa. Ma va detto che i social di allora non erano ancora diventati lo stesso strumento che poi porterà due volte Donald Trump alla Casa Bianca. La profilazione degli utenti e la segmentazione sistematica dei contenuti per privilegiare quelli che generano paura e rabbia, non esistevano. La «grande strategia social» di Obama in pratica fu la creazione di un sito web e la raccolta, tramite Facebook, di donazioni e l’organizzazione dei volontari. Tutto qui. Il suo profilo Twitter, dove ebbe subito milioni di follower, non era una clava per attaccare gli avversari, ma uno strumento molto istituzionale. Per i primi tre anni lo maneggiò soltanto il suo team di comunicazione. Il primo tweet autentico, siglato «Bo», è addirittura del 2011, in occasione della Festa del papà: «Being a father is sometimes my hardest but always my most rewarding job…». In tutto 122 caratteri che il New York Times celebrò con un articolo festoso manco fosse una poesia di Allen Ginsberg.

Fu grazie all’effetto Obama che nel mondo si iniziò a parlare di «tech democracy». di una nuova stagione della democrazia potenziata da Internet, il cosiddetto «open government», governo aperto, aperto alla partecipazione diretta dei cittadini e al loro controllo (da cui, in Italia, la deriva grillina con le dirette streaming di ogni riunione e la raccolta degli scontrini delle spese degli eletti). La paladina di questa visione era Beth Noveck, una giovane professoressa del New Jersey che aveva pubblicato un saggio intitolato: «Il governo wiki: come la tecnologia può migliorare il governo, rafforzare la democrazia e rendere i cittadini più potenti». Ero presente nel 2011 a New York quando ad un summit infiammò una piccola folla di idealisti con queste parole: «La prossima grande innovazione in democrazia? La tecnologia». Capita a molti di fare previsioni che si rivelano sbagliate, questo è un caso di scuola.

Da allora infatti è cambiato tutto e non come avevamo previsto. Sono pochissimi quelli che possono salire in cattedra, guardare il disastro che ci circonda e vantarsi: «Ve l’avevamo detto». Sono pochi: lo scrittore bielorusso Evgeny Morozov e qualcun altro. Gli altri sembrano sperduti, increduli. Lo stesso Barack Obama, nel 2022, parlando ad un convegno all’università di Stanford sull’impatto della tecnologia sulla democrazia, anche se il suo amico Joe Biden aveva bloccato la rielezione del «campione del mondo di Twitter» Donald Trump, aveva ormai smesso i panni del pifferaio magico digitale. Quel giorno, dopo un discorso molto critico sulle distorsioni della realtà create dagli algoritmi dei social, Obama ha concluso: «Vogliamo accettare il declino della nostra democrazia o vogliamo provare a fare di meglio?». Un dilemma con un forte contenuto di ottimismo, perché presuppone l’idea che sia ancora possibile fare reverse engineering e tornare indietro.

Forse sì. Ma per farlo occorre rispondere alla domanda iniziale: cosa, esattamente, è andato storto?

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Facebook, da accogliente ritrovo di vecchi amici a luogo di «distorsione collettiva della realtà»: cosa è andato storto

(seconda parte – link originale)

di Riccardo Luna
In origine era un luogo piacevole, dove imperava la gentilezza (del resto si era tra amici). La rivoluzione inizia con l’arrivo di Sheryl Sandberg. Poi l’introduzione dei Like e infine il colpo di grazia: l’EdgeRank, «la formula che lo rende ancora più intrigante» e una vetrina sul mondo sempre più distorta.

Eppure Facebook non è sempre stato così. Ricordate com’era all’inizio, quando divenne disponibile a tutti? Era il 26 settembre 2006 e, oggi lo possiamo dire, fu davvero l’inizio di una nuova era. Prima, per oltre diciotto mesi, “Thefacebook” (questo il nome originario: il libro delle facce, quello che nelle scuole americane ha le facce di tutti gli studenti), prima era stato solo un progetto studentesco. Al debutto, nel febbraio 2004, era aperto solo per gli studenti di Harvard, l’università dove Mark Zuckerberg studiava; poi si era allargato a Stanford, Columbia e Yale e ad altri atenei della Ivy League, l’esclusiva costa nord orientale degli Stati Uniti. Ebbe subito una crescita esponenziale, sebbene disponesse di un target così circoscritto: alla fine del primo anno aveva già raggiunto l’incredibile traguardo di un milione di utenti; allora si era aperto alle scuole superiori di tutto il mondo (ottobre 2005) e solo il 26 settembre 2006 aveva aperto le porte «a chiunque avesse più di 13 anni e un valido indirizzo email». Come adesso.

Di fatto insomma Facebook come lo conosciamo ha meno di venti anni e all’inizio era molto, ma molto diverso. Com’era? Era un posto normale, addirittura piacevole; accogliente, eccitante a volte, ma nel senso migliore del termine. Per esempio era eccitante ritrovare all’improvviso vecchi compagni di scuola che si erano persi di vista una vita fa e che improvvisamente erano solo ad un clic di distanza: bastava cliccare sul pulsante «add as a friend, aggiungi come amico» per far tornare indietro il calendario e rivivere i bei tempi («che fine hai fatto?», un tormentone). Oltre a ciò, presto ci abituammo al rito quotidiano di partecipare ad appassionanti discussioni con gli amici e con gli amici degli amici sulla qualunque senza timore di essere sbranati al primo errore o al primo dissidio come accade adesso. La vita social era ancora un mondo nuovo e ci si addentrava nelle bacheche digitali degli altri in punta di piedi, con circospezione e un vago senso di rispetto. Non si ricordano grandi liti e non avevamo bisogno di bloccare legioni di troll per vivere sereni: certo, il tempo potrebbe averci fatto idealizzare quel periodo, è possibile; ma oggi si ha quasi la certezza che su Facebook imperasse una regola, o meglio, una postura che col tempo si è completamente perduta: la gentilezza. Del resto stavamo fra amici, perché non avremmo dovuto essere gentili?

Inoltre non aggiungevamo «amici» alla nostra rete solo per fare numero e diventare degli influencer con tanti followers, anzi gli influencer neppure esistevano, sarebbero arrivati con Instagram; e i follower c’era ma stavano solo su Twitter, un’altra storia. E soprattutto non scrivevamo post andando a compulsare ogni mezz’ora le visualizzazioni che oggi misurano il nostro successo digitale, qualunque cosa questo significhi, anche perché non erano ancora in mostra e quindi non c’era questa gara quotidiana che facciamo con noi stessi e gli altri per far salire il nostro contatore digitale come se la vita fosse diventata il flipper con cui giocavamo da giovani. Non dico che fossimo migliori prima, assolutamente no, ma sicuramente c’era in rete un minor narcisismo. Non era una nostra scelta, sia chiaro, il narcisismo è un tratto ineliminabile della natura umana; ma non veniva alimentato dalla tecnologia, non veniva incoraggiato. E questa cosa avveniva by design: la piattaforma infatti non era stata progettata per il culto della nostra personalità e neanche per sfruttare le nostre vulnerabilità psicologiche (e far diventare in tal modo sempre più ricchi il fondatore e i suoi azionisti).

Ma ad un certo punto la storia, di Facebook ma anche la nostra, è cambiata. Anzi, non è soltanto cambiata. Si è ribaltata. Quando? Forse la prima svolta c’è stata il 24 marzo 2008 quando Mark Zuckerberg assunse Sheryl Sandberg e praticamente le diede il timone dell’astronave che stava costruendo nominandola chief operating officer. Ovvero il mega direttore di tutte le operazioni, subordinata soltanto al fondatore e capo supremo («capo supremo» non è una esagerazione: all’epoca il biglietto da visita di Mark recava l’amabile scritta «I’m the Ceo, bitch!», che potremmo tradurre come «sono io il capo, testa di cazzo!»). Per dare un’idea dell’impatto che ebbe l’arrivo di Sandberg sull’azienda, se guardiamo al fatturato e al profitto, Facebook oggi è mille volte più grande di come era quando fu assunta. Immaginate un paese che in meno di venti anni aumenti il suo Pil e il suo surplus di bilancio di mille volte. Mille volte: accade solo se improvvisamente nei tuoi confini scopri una gigantesca miniera d’oro o un giacimento di petrolio. E in effetti è successo proprio questo. A Facebook ancora non lo sapevano ma nei server da dove erogavano un servizio gratuito globale che presto sarebbe diventato essenziale, stavano per trovare un nuovo tipo di petrolio: i nostri dati.

Torniamo alla primavera del 2008. Nel quartier generale, che ai tempi stava ancora Palo Alto (il trasferimento a Menlo Park sarebbe avvenuto più tardi), c’erano in tutto poco più di duecento giovanissimi nerd, o se preferite, smanettoni, compreso «Zuck», che giravano nei corridoi in felpa col cappuccio e infradito; e poi c’era Sheryl Sandberg che era un po’ «l’adulto nella stanza». Lei aveva 39 anni, Zuckerberg 23: non era come una mamma quindi, ma sicuramente come una sorella maggiore. Fino a qualche mese prima era stata uno dei vice presidenti di Google dove aveva contribuito a costruire il motore commerciale di quella impressionante macchina di soldi che era diventata l’azienda di Mountain View, la cittadina della Silicon Valley dove ha sede Google.

La leggenda narra che Mark e Sheryl si siano conosciuti ad una festa di Natale nel 2007. Lei aveva da poco lasciato il lavoro ed era in cerca di una nuova sfida, lui si stava chiedendo come fare a monetizzare il successo travolgente della sua startup, ovvero cosa farci di tutti quegli iscritti ad un servizio gratuito e ancora senza un modello di business. Come guadagnarci? Avevano iniziato a frequentarsi e probabilmente avevano scoperto di avere in comune il fatto di avere entrambi studiato ad Harvard, solo che lei si era laureata in economia summa cum laude e con la menzione di miglior studente dell’anno; mentre Zuckerberg aveva lasciato gli studi subito dopo aver lanciato Facebook (la laurea ad Harvard l’avrebbe però presa dieci anni più tardi, honoris causa, quando era già uno degli uomini più potenti del mondo. Una laurea in legge che per uno che si è sempre vantato di infrangere le regole – «move fast and break things» era il suo motto – oggi appare davvero fuori luogo).

Avevano in comune anche la conoscenza con il leggendario economista Larry Summers, che oggi, dopo un lunghissimo cursus honorum, è presidente di OpenAI, la più importante startup di intelligenza artificiale del mondo, quella di Sam Altman e ChatGpt. Nel 1991 Summers era stato il relatore della tesi di laurea della giovane Sandberg rimanendo folgorato dal talento di lei; e così quando divenne Segretario del Tesoro, con Bill Clinton alla Casa Bianca, la nominò chief of staff (la famosa rete di contatti che la Sandberg mise al servizio di Facebook fu creata in quegli anni a Washington). Finita la stagione della politica, Summers tornò ad Harvard come presidente e stava ancora lì mentre Zuckerberg nella sua cameretta aveva appena creato “thefacebook”; e cosi quando i gemelli Winklevoss andarono da lui a protestare dicendo che Mark gli aveva rubato l’idea!, il professore li liquidò con la famosa frase: «I giovani non vengono qui per trovare un lavoro, vengono qui per inventarsi un lavoro» (o almeno questo è ciò che lo sceneggiatore Aaron Sorkin gli fa dire nel film The Social Network, uscito nel 2010).

Erano gli anni in cui pensavamo che le startup, grazie alla rivoluzione digitale, avrebbero creato tutta l’occupazione di cui avevamo bisogno dando a tutti un’economia più prospera e un mondo migliore. Internet era ancora «un’arma di costruzione di massa» e di questa nuova religione Mark Zuckerberg era uno degli apostoli più brillanti.

Ma sto divagando. Torniamo alla trasformazione di Facebook. Se l’arrivo della Sandberg fu la prima mossa, la seconda fu la creazione del tasto «like, mi piace», che debuttò sulle nostre bacheche digitali undici mesi più tardi, il 9 febbraio 2009. Sembrava soltanto una nuova cosa carina in realtà era molto di più. Il successo commerciale di Google lo aveva dimostrato: se è vero che i dati degli utenti erano il nuovo petrolio – perché consentivano di profilarci meglio in cluster da rivendere agli inserzionisti pubblicitari che così possono mostrare i loro annunci solo a chi è realmente interessato -, serviva uno strumento attraverso il quale fossimo portati ad esprimere le nostre preferenze in continuazione. Uno strumento attraverso il quale far sapere, registrare, ogni giorno cosa ci piaceva e cosa no. Chi siamo davvero.

Si narra che fu Mark Zuckerberg in persona a inventare «il pollice blu» mentre il suo team dibatteva su quale immagine associare al gradimento di un post senza che l’utente scrivesse soltanto «mi piace, sono d’accordo» (cosa che ai tempi rendeva la sfilza di commenti troppo monotona per essere minimamente eccitante). Qualcuno aveva proposto l’immagine di una bomba con la miccia accesa, un altro la scritta «awesome, fantastico»; ma Zuckerberg che ha il mito dell’Antica Roma, che considera Enea «il primo startupper della storia» e che si sente un po’ un nuovo Cesare Augusto, se ne uscì col pollice, come quello che l’imperatore al Colosseo poteva girare verso l’alto o verso il basso determinando la sorte del gladiatore. Sul significato del pollice si è poi scoperto che ci sono alcuni falsi miti (miti che il film il Gladiatore ha confermato) ma non è questa la sede per parlarne: qui ci serve soltanto aggiungere un mattoncino alla storia di Facebook e dei social network.

La trasformazione dei social network in un Colosseo quotidiano inizia lì, con l’introduzione del tasto «mi piace».

La terza mossa fu l’introduzione di EdgeRank, letteralmente «la classifica delle interazioni» fra noi utenti e i post. In pratica si tratta dell’algoritmo che per anni ha deciso quali post ciascuno di noi avrebbe visto ogni volta arrivando sulla piattaforma. All’inizio per Facebook, e per tutti gli altri social, l’unico criterio era cronologico: il nostro «feed», il flusso di post che ci venivano proposti, era temporale. In pratica vedevamo quello che gli amici avevano pubblicato in ordine cronologico. Ricordate quando postavamo la foto del cappuccino e del cornetto per dare il buongiorno a tutti, anzi il «buongiornissimo», e tutti i nostri amici la vedevano? Ecco, da tempo non è più così. Quello era il Facebook degli inizi. Oggi quello che vediamo lo decide un algoritmo e lo fa in base ad altri criteri. E ad altri obiettivi, che non sono esattamente «connettere tutte le persone del mondo» come ci è stato ripetuto fino allo sfinimento. Ecco perché non vediamo più tanti cappuccini e cornetti.

Quando si usa la parola algoritmo molti pensano a qualcosa di misterioso, di esoterico o religioso, addirittura: «L’ha deciso l’algoritmo!», diciamo, come se fosse una divinità. Ma volendo semplificare molto, l’algoritmo è soltanto una formula o, meglio, una ricetta, predisposta da un essere umano per automatizzare certi processi ed essere certi che si producano certi risultati. Per esempio la ricetta della pasta alla carbonara (pancetta+uova+pecorino) è una specie di algoritmo: indica gli ingredienti, le quantità e l’ordine in cui vanno aggiunti e anche il modo in cui vanno trattati (cucinati, sbattuti, soffritti eccetera).

La ricetta di EdgeRank è questa: affinità moltiplicata per il peso moltiplicati per il tempo (o meglio, l’invecchiamento di un post).

Seguitemi perché così finalmente capiamo cosa abbiamo visto sui social fin qui. L’affinità, o l’affinity score (u) calcola quanto l’utente è interessato ad un altro utente e quindi valuta quando e come ha interagito in passato con i contenuti che l’altro ha postato; è un fattore unidirezionale, nel senso che il suo valore aumenta anche se uno legge sempre i post dell’altro e l’altro non ricambia e non ne guarda nemmeno uno. Esempio: se io seguo una star ma quella non sa nemmeno chi sono, io vedrò tutti i post della star e non accadrà il contrario. Il secondo fattore, weight (w) è il peso ed è probabilmente il più importante: misura il tipo di interazione che abbiamo avuto in passato con certi contenuti: hai commentato o condiviso un post su un certo argomento? Quando in rete ci sarà un altro post sullo stesso argomento, questo valore aumenterà. Nel “peso” sono contenute un sacco di altre variabili fondamentali, ma ci torniamo dopo. Il terzo fattore è il tempo, o meglio l’obsolescenza, time decay (d), ed è molto intuitivo: più un post è vecchio è meno è rilevante (ma se improvvisamente dopo tanto tempo per qualche ragione quel post torna attuale, il “time decay” si azzera).

Eccola insomma, la formula di EdgeRank («la misteriosa formula che rende Facebook ancora più intrigante» come titolò allegramente un importante blog della Silicon Valley quando venne presentata al pubblico, il 22 aprile 2010):

Σuwd

Per un decennio EdgeRank è stato il pannello di controllo delle nostre vite social: a Menlo Park in qualunque momento potevano decidere di farci vedere più foto e meno video, più news e meno storie, più gattini e meno cappuccini, semplicemente usando quell’algoritmo. EdgeRank è stato il regolatore di buona parte del traffico online e quindi in un certo senso delle nostre vite con effetti di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. I danni collaterali. Il problema non è aver visto più o meno inserzioni pubblicitarie in target con i nostri gusti; quel fatto può persino essere sensato, comodo. Il problema è stata una progressiva distorsione dell’idea di mondo che abbiamo e che è tracimata dall’ambito dei social network contagiando anche istituzioni, i famosi produttori di contenuti e informazione, che avrebbero dovuto essere invece i garanti della «verità dei fatti».

Prendiamo i giornali: per alcuni anni gran parte del traffico ai siti web dei giornali arrivava da Facebook. Ci sono addirittura testate online che sono nate e hanno prosperato sul presupposto di avere dei contenuti «adatti a Facebook». Questo dipendeva – semplificando un po’ – dal fatto che nell’algoritmo di EdgeRank era stato dato più peso alle news rispetto per esempio ai contenuti postati «dagli amici». Non era un caso, si trattava dell’attuazione di precisi accordi commerciali con gli editori i quali prima avevano minacciato di fare causa a Facebook per farsi pagare il traffico legato alle news condivise sulle nostre bacheche; e poi si erano convinti che fosse meglio «scendere a patti con il nemico» e portare a casa qualche soldo e un po’ di traffico. Epperò questa cosa ha anche cambiato la natura stessa dei giornali, li ha fatti diventare altro: per intercettare porzioni di traffico sempre maggiori, indispensabili a sopravvivere visto che nel frattempo Google e Facebook si spartivano la stragrande maggioranza degli investimenti pubblicitari online, i giornali si sono facebookizzati, hanno cercato di fare contenuti adatti all’algoritmo di Facebook. Risultato: per troppo tempo l’obiettivo di molte redazioni è stato fare contenuti “virali”. E quindi largo a titolazioni “clickbait”, che portavano il lettore a cliccarci sopra promettendo un contenuto che in realtà non c’era o era stato molto esagerato; e soprattutto predilezione per contenuti “estremi”, scelti solo per catturare la nostra attenzione.

Finchè è durata, ovvero fino a quando Mark Zuckerberg ha decretato che le news non gli interessavano più e quindi le ha declassate toccando una manopola del suo algoritmo («i nostri utenti non vengono da noi per le news o per i contenuti politici», 1 marzo 2024), i siti web dei giornali presentavano ogni giorno una sfilza di delitti più o meno efferati manco fossimo a Gotham City. Chiariamo: la cronaca nera è da sempre molto “virale”, attira l’attenzione, non è colpa di Facebook certo; ma il risultato di questa corsa dei giornali a privilegiare contenuti “adatti a Facebook” ha creato la percezione, falsa, di vivere in un mondo molto più pericoloso di quello che in realtà è. Giorno dopo giorno “l’allarme sicurezza” è entrato nelle nostre vite, è diventato lo sfondo delle nostre giornate, la colonna sonora dei nostri pensieri, sebbene la realtà fosse non leggermente diversa ma esattamente il contrario. E questo ha contribuito al successo di quei partiti politici che hanno deciso di lucrare su una paura largamente infondata («Fuori ci sono i barbari, vi proteggiamo noi. Alziamo dei muri, chiudiamo le frontiere e comprimiamo un po’ di libertà personali in nome dell’ordine pubblico»).

É bene fermarsi su questo punto perché è decisivo. Viviamo davvero in un mondo sempre più pericoloso (Trump a parte)? Lo scorso anno in Italia gli omicidi sono stati circa 300, quasi uno al giorno. Sono tanti? Sono pochissimi. Venti anni fa erano circa il doppio; quarant’anni fa il quadruplo. Nella storia d’Italia non sono mai stati così pochi e quel dato, paragonato al totale della popolazione, è uno dei più bassi al mondo. Uno-dei-più-bassi-al-mondo. Lo sapevate? Probabilmente no. Gli omicidi sono in calo netto anche nell’Unione europea (circa 4000 mila lo scorso anno, erano 13 mila nel 2004); e sono rimasti stabili negli Stati Uniti sebbene siano in calo rispetto a quarant’anni fa (da 20 mila a 16 mila). Restando all’Italia la stessa dinamica si verifica per i furti, (meno 30 per cento rispetto al 2004); per le rapine (dimezzate nello stesso periodo di tempo); e per i morti per incidenti stradali (meno 70 per cento).

Non va tutto bene, ovviamente: sono in forte crescita le truffe, soprattutto quelle online; sono sostanzialmente stabili i morti di cancro, nonostante i progressi della scienza; e non calano i suicidi e questo ci dice qualcosa sul mondo in cui viviamo e su come lo percepiamo. Ma ci torneremo. Prima fissiamo questo concetto: Facebook e la facebookizzazione di molti giornali hanno creato l’errata percezione di un allarme sicurezza che nei numeri non esiste o – quantomeno – non nella misura percepita. É un esempio della famosa «distorsione collettiva della realtà» di cui parla il papa.

Perché è successo? Per capirlo è necessario introdurre un altro protagonista di questa storia: l’engagement.

 

 

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Fine prima parte